Ahmet Prençi il Don Wislow dei Balcani

  • Postato il 2 febbraio 2026
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Il Quotidiano del Sud
Ahmet Prençi il Don Wislow dei Balcani

Dentro il romanzo del Don Winslow dei Balcani, intervista allo scrittore albanese Ahmet Prençi, ospite il tre febbraio alla Feltrinelli di Cosenza


Il noir non è più solo un genere letterario: è diventato lo strumento più efficace per raccontare le contraddizioni del nostro tempo. Dove il reportage si ferma e la cronaca non arriva, la letteratura nera scava, mostrando le crepe dei sistemi di potere, le zone d’ombra della politica, i compromessi morali che attraversano le società contemporanee.

IL NOIR, LE CONTRADDIZIONI DEL TEMPO, DON WISLOW E AHMET Prençi

Anche dall’Albania arriva una voce che conferma questa tendenza. Martedì 3 febbraio alle 18.00, la libreria Feltrinelli di Corso Mazzini ospita la presentazione di “Dentro la notte di Martin Guri”, l’ultimo romanzo di Ahmet Prençi pubblicato da Rubbettino.

Prençi, definito il Don Winslow dei Balcani, porta nella scrittura la sua esperienza diretta nelle forze dell’ordine, costruendo storie ancorate alla realtà più cruda.

Il romanzo è un thriller politico serrato. Martin Guri, pubblico ministero incorruttibile, si ritrova intrappolato in un vortice di ricatti quando una figura enigmatica minaccia di far riemergere un segreto custodito per tre decenni. La scelta tra giustizia personale e dovere istituzionale diventa impossibile.

Con un ritmo incalzante e una narrazione dal taglio cinematografico, Prençi dipinge l’Albania contemporanea: un Paese diviso tra l’aspirazione all’integrazione europea e il peso di un passato che non vuole lasciare la presa.

Il legame tra Italia e Albania va oltre la vicinanza geografica. Condividiamo storia, flussi migratori, vite intrecciate e una letteratura capace di raccontare la realtà senza mediazioni.

Con l’autore dialogheranno gli scrittori Ylljet Aliçka e Ben Blushi, insieme a Francesco Altimari, docente di lingua e letteratura albanese all’Unical, e Luigi Franco, direttore editoriale Rubbettino.

Abbiamo avuto la possibilità di dialogare con lui per parlare del romanzo e di letteratura.

Ahmet Prençi, come hai costruito il personaggio di Martin Guri?

«Martin Guri ritorna come una naturale continuità narrativa, come una figura che sembrava richiedere da sé un racconto compiuto. La fabula principale che attraversa il romanzo è una costruzione letteraria, frutto dell’immaginazione, ma il materiale che la riempie e la rende viva è composto da episodi reali, vissuti, osservati da vicino e trasformati in letteratura.

La mia esperienza personale, senza dubbio, ha inciso in modo sostanziale sull’atmosfera del romanzo e sulla dinamica degli eventi. Il mondo della polizia, le tensioni morali, i dilemmi umani e lo scontro con la realtà fanno parte di una memoria professionale che ha inevitabilmente lasciato tracce profonde in questo racconto. Persino gli episodi dell’infanzia di Martin Guri sono completamente reali: o li ho vissuti io stesso, oppure ne sono stato testimone diretto.

In questo senso, Martin Guri è un personaggio costruito sul confine tra il reale e l’immaginario, una figura letteraria che porta in sé frammenti di vita, memoria ed esperienza, trasformati in narrazione artistica».

Il vero conflitto nel romanzo è tra Martin e Arjana, cioè tra l’integrità professionale e una verità personale sepolta da trent’anni. Perché hai scelto di porre al centro del romanzo un conflitto di coscienza così intimo invece di uno scontro di potere?

«È stata una scelta consapevole fin dall’inizio della scrittura. Ponendo al centro un conflitto intimo della coscienza, ho cercato di far emergere, forse in modo ancora più chiaro, un conflitto sociale più ampio. Il tormento personale e la verità sepolta da trent’anni logorano profondamente Martin Guri, lo mettono di fronte a forti dilemmi morali e lo costringono a confrontarsi con sé stesso prima ancora che con il mondo che lo circonda.

Ma questo conflitto personale non rimane isolato. Gli eventi che legano Martin Guri alla sua carriera, ai fascicoli investigativi, alla missione e alla responsabilità del servizio pubblico estendono il racconto oltre la dimensione intima, inserendo il personaggio in scontri sempre più ampi. Egli entra nei labirinti del crimine e del potere, dove interessi, paura e compromesso si intrecciano in modo invisibile ma decisivo.

In questo modo, il romanzo cerca di offrire anche una panoramica più ampia della realtà albanese: come funzionano e si organizzano i gruppi criminali, come si collegano al potere e agli investimenti costruiti su attività illecite, e come il sistema riesca spesso a sopravvivere proprio grazie al silenzio e all’indifferenza collettiva.

Il finale del romanzo porta con sé un messaggio amaro: il modo in cui viene ricompensata l’onestà di un servitore della legge. Il silenzio della società, in questo contesto, non è neutrale: trasforma la società stessa in complice della situazione creata. Lo scontro più diretto con il potere, forse ancora più brutale, è un racconto che prosegue nel romanzo successivo, già concluso, come naturale continuazione di questa storia. Nel prossimo romanzo vedremo un confronto più evidente e più attuale per l’Albania».

Nella letteratura albanese contemporanea il tema della memoria rimossa — legata al periodo comunista, alla guerra civile, al traffico di droga — è ricorrente. Questa scelta nel romanzo è una riflessione più ampia sulle memorie collettive negate?

«Credo che nulla realizzi e custodisca la memoria di un’epoca meglio della letteratura. Essa ha la capacità unica di trasformare il fatto in esperienza e l’evento in memoria viva. La letteratura albanese vanta autori eccellenti e opere importanti che hanno affrontato con dignità i periodi più difficili della nostra storia. Come lettore e appassionato di letteratura, nutro un grande rispetto per questa tradizione.

Tuttavia, poiché la mia vita professionale è stata strettamente legata alle istituzioni di applicazione della legge, ho sentito il bisogno di scrivere proprio di questi temi, di quei territori in cui legge, crimine, silenzio e compromesso si scontrano quotidianamente. Continuo questo percorso con grande intensità ancora oggi, perché credo che la verità degli eventi che ho vissuto non debba dormire. Considero un dovere personale fare in modo che questa memoria non resti privata, ma diventi parte della coscienza delle generazioni future.

In Albania non sono molti coloro che affrontano direttamente questi temi, forse anche a causa della difficoltà o del rischio che essi comportano. In questo senso, posso dire di essere favorito dalla mia esperienza, che mi ha dato accesso a realtà spesso invisibili alla letteratura. La mia sfida è stata e rimane quella di non ripetere quanto già trattato, ma di portare verità che, pur essendo reali, spesso superano ogni immaginazione letteraria, soprattutto nel campo della criminalità durante questo lungo periodo di transizione albanese.

Questo rapporto tra memoria rimossa, realtà vissuta e la loro trasformazione in letteratura credo sia, e rimarrà, il nucleo essenziale della mia scrittura».

L’ambiente in cui si svolge il romanzo è una città descritta come “soffocata dall’inverno e dalla corruzione”. Si avverte che non è un semplice sfondo, ma ha una sua essenza, quasi come un protagonista. Quanto sono presenti Tirana e l’Albania di oggi nel romanzo?

«La città soffocata dall’inverno e dalla corruzione è, in sostanza, lo specchio di una condizione morale e sociale. L’inverno non è solo una stagione, né la corruzione solo un fenomeno. Entrambi si trasformano in linguaggio narrativo per trasmettere una sensazione di stallo, stanchezza e attesa infinita. Anche se questa atmosfera può apparire cupa o disperata, essa è voluta. Ho voluto mostrare come questa realtà inietti paura, frustrazione e disillusione nella vita quotidiana dell’individuo.

In questo senso, Tirana e l’Albania di oggi sono presenti non solo geograficamente, ma anche emotivamente e moralmente, come un protagonista silenzioso che influenza, limita e spesso determina il destino dei personaggi».

Oggi sono gli scrittori utilizzano il noir per raccontare la realtà: Don Winslow, James Ellroy, in Italia Carofiglio e Lucarelli, in America Latina Paco Ignacio Taibo II. Qual è il fascino di questo genere per lei?

«Per me, la letteratura è più dolore e inquietudine che felicità e quiete. Scrivo di ciò che mi fa più male, di ciò che mi colpisce direttamente al cuore. Il noir mi offre il linguaggio giusto per affrontare e descrivere questa realtà, perché è un genere che non abbellisce, non perdona e non elude la responsabilità morale. In fondo, spesso siamo solo testimoni o attori periferici di ciò che accade. Le campane non suonano per noi, ma per coloro che tengono in mano i destini del Paese.

Gli autori che hai citato, ciascuno con la propria voce potente, hanno riflesso le realtà oscure dei loro Paesi, concentrandosi non solo sul crimine, ma sulla giustizia, sulla violenza, sull’ingiustizia sociale, sulla coscienza morale e sull’oscurità del potere politico. Sono duri perché la realtà che raccontano è tale. Anche per me, l’obiettivo non è semplicemente raccontare crimini, ma stimolare il pensiero: riflettere a fondo, senza illusioni, su ciò che siamo e su ciò che stiamo diventando come società».

Ahmet Prençi, nel contesto del tuo lavoro nella polizia, hai sviluppato una straordinaria capacità di osservare il comportamento umano, i meccanismi del potere e la psicologia della colpa. La scrittura è una continuazione della sua attività investigativa, ma in un’altra forma?

«Oggi mi trovo in una fase diversa. Da anni non svolgo più il lavoro allarmante e quotidiano della polizia. Sono più sereno e ho più tempo da dedicare alla letteratura. Questo mi ha condotto naturalmente a una fase meditativa e riflessiva, in cui la distanza dagli eventi mi consente di osservarli con maggiore chiarezza.

Il processo letterario, per me, è una battaglia continua con me stesso e con i fenomeni che affronto. Torno spesso ai miei appunti, raccolti nel corso degli anni, e rileggo con calma situazioni, rischi, tensioni, ma anche l’intero panorama dei percorsi che abbiamo attraversato come individui e come società. In questo contesto, la mia quiete esteriore e l’immaginazione letteraria compiono il loro ciclo ininterrotto per costruire ritratti psicologici e portare sulla pagina le guerre invisibili che si svolgono nel terreno criminale, sociale e, perché no, anche politico.

Per tornare alla tua domanda: sì, la scrittura è una continuazione di quel percorso, ma in un’altra forma. Non è più un’indagine procedurale, bensì un’indagine della coscienza. È una liberazione personale e un modo per dare senso a ciò che ho vissuto e al cammino che ho percorso».

Italia e Albania sono due Paesi molto vicini, non solo geograficamente. Quali elementi comuni e quali differenze vede tra queste due realtà?

«Italia e Albania sono due Paesi molto più vicini di quanto indichi una semplice mappa. Basti dire che circa un terzo della popolazione albanese vive oggi in Italia. Questi albanesi si sono integrati e sono diventati parte organica della società italiana nel corso degli ultimi trent’anni. Senza dimenticare l’antica comunità arbëreshë, insediata in Italia fin dal XV secolo, che rappresenta un ponte storico e culturale insostituibile tra i due Paesi.

Il legame tra Albania e Italia è, per molti aspetti, più integrale che con qualsiasi altro Paese. In Albania, la televisione italiana, il cinema, lo sport, la letteratura, la cultura e la lingua italiana stessa sono stati e rimangono estremamente presenti. Sono questi gli ambiti che ci hanno avvicinato naturalmente, creando un senso di familiarità e una somiglianza culturale rara nella regione.

Le differenze, tuttavia, sono altrettanto reali e riguardano prima di tutto la storia e le dimensioni. L’Italia è un grande Paese, con una tradizione statuale e culturale secolare. L’Albania, al contrario, è uscita dal dominio ottomano solo poco più di un secolo fa e ha poi vissuto cinquant’anni di terrore comunista, per entrare successivamente in una lunga e difficile transizione che continua ancora oggi. Questi percorsi storici differenti spiegano il divario nello sviluppo, nelle istituzioni e nella stabilità sociale.

Tuttavia, va detto che l’Albania ha compiuto grandi progressi in molti ambiti ed è in un processo continuo di trasformazione. Restano problemi da superare, ma esiste anche una crescente consapevolezza della necessità di cambiamento. In questo senso, l’Italia rimane non solo un Paese amico, ma anche un punto di riferimento culturale, sociale e umano per il cammino che l’Albania aspira a seguire».

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