Acqua in Cisgiordania, Oxfam: “Così gli insediamenti dei coloni israeliani e le confische prosciugano le terre dei palestinesi”

  • Postato il 25 marzo 2026
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  • Di Il Fatto Quotidiano
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L’annessione di fatto della Cisgiordania da parte di Israele passa anche dal controllo delle risorse idriche. Agli agricoltori, ai pastori e alle comunità beduine viene sistematicamente negato l’accesso alle sorgenti, che sono invece a disposizione degli insediamenti: un colono può consumare il triplo dell’acqua di un palestinese. Una situazione che si è aggravata dopo l’attacco all’Iran e l’inizio della nuova offensiva militare in Libano. Lo denuncia Oxfam, che da tempo è impegnata per garantire un bene primario come l’acqua agli abitanti dei territori occupati. Un tentativo di allentare la morsa che stringe la vita dei palestinesi, già costretti a fronteggiare un crescendo di violenze e raid quasi quotidiani dei coloni.

“Con il nuovo conflitto, l’esercito israeliano ha imposto una chiusura generale in Cisgiordania, con posti di blocco, cordoni militari e limiti ai movimenti tra le città. La crisi umanitaria si fa sempre più drammatica”. Ci sono oltre 37mila persone sfollate, uno dei dati più alti mai registrati. “L’accesso all’acqua per le comunità palestinesi – denuncia l’ong – continua a essere limitato in tutta la regione, con i piccoli agricoltori e una larga parte della popolazione che non può contare sulla quantità minima necessaria a far fronte ai bisogni più elementari”. E quando le vasche di raccolta si prosciugano ai coltivatori palestinesi non rimane più niente. “Nelle aree rurali meridionali della provincia di Hebron, l’espansione degli insediamenti, inclusi quelli pastorali, e la distruzione o confisca delle infrastrutture idriche hanno peggiorato le condizioni di vita, con oltre la metà delle famiglie beduine in stato di insicurezza alimentare da moderata a grave e tassi di disoccupazione molto elevati”.

Secondo le stime della Banca Mondiale, l’acqua per l’irrigazione “raggiunge soltanto il 35% dei terreni agricoli palestinesi, con perdite per l’economia pari al 10% del Pil e disoccupazione per 110.000 lavoratori all’anno”. Un’altra ricerca segnalata dall’ong fa il calcolo della quantità di acqua a disposizione nella West Bank, mettendo in evidenza le disparità: 247 litri al giorno per i coloni, 82 litri per palestinesi.

L’accesso all’acqua è al centro anche degli sforzi che l’organizzazione sta portando avanti in Libano, dove in questo momento gli sfollati sono oltre un milione. L’ong accusa Israele di distruggere le infrastrutture idriche con la stessa modalità adottata Gaza. “Questa strategia, che mira a privare la popolazione di beni essenziali come l’acqua, è vietata dalle convenzioni di Ginevra e costituisce un crimine di guerra – sottolinea Paolo Pezzati, portavoce per le crisi umanitarie di Oxfam Italia – In appena 4 giorni, durante le ultime settimane, Israele ha bombardato almeno 8 infrastrutture idriche da cui dipendevano più di 7mila persone, solo nella valle della Bekaa”.

LA CAMPAGNA – Da anni Oxfam lavora proprio per garantire acqua potabile alle popolazioni che vivono gravi crisi umanitarie. Per questo in occasione della Giornata Mondiale dell’acqua, che ricorre il 22 marzo, Fondazione Il Fatto Quotidiano ha deciso di essere al fianco di Oxfam Italia lanciando la campagna “Acqua che salva la vita”, che dal 18 al 26 marzo sosterrà la risposta umanitaria portata avanti dall’organizzazione a Gaza, in Cisgiordania e in Libano (DONA ORA). In queste tre aree Oxfam infatti lavora da anni e sta intensificando i propri sforzi per garantire l’accesso all’acqua pulita e a servizi igienici adeguati a migliaia di persone, che nelle ultime settimane stanno vivendo l’impatto dell’escalation del conflitto in Medio Oriente, che ha aggravato ulteriormente una crisi già profondissima.

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Il Fatto Quotidiano

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