A Sharjah la fotografia di guerra racconta senza spettacolarizzare
- Postato il 4 marzo 2026
- Fotografia
- Di Artribune
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La fotografia di guerra non coincide con la violenza che rappresenta. Parlando con Anastasia Taylor-Lind (Swindon, 1981), Giles Clarke (Londra, 1965) e Kiana Hayeri (Teheran, 1988) – incontrati al festival fotografico internazionale Xposure Festival di Sharjah – emerge una linea comune: l’immagine non è mai neutrale, ma è il risultato di una posizione etica. La questione non riguarda soltanto cosa mostrare, ma come farlo senza trasformare il trauma in spettacolo. La fotografia diventa così una testimonianza politica, anche quando evita dichiarazioni esplicite.
Gli scatti di Anastasia Taylor-Lind sul fronte ucraino
Anastasia Taylor-Lind lavora in Ucraina dal 2014 e ha realizzato un progetto sul Donbass con la giornalista Alyssa Sofava, originaria della zona. Il progetto si fonda sulla continuità: “Torniamo dalle stesse famiglie ancora e ancora”. La presenza ripetuta nel tempo costruisce fiducia e rende il consenso il risultato di una relazione. Molti dei soggetti fotografati sono persone seguite negli anni, non incontri occasionali. Il consenso viene verificato anche nei momenti più delicati. Di fronte alla foto di una donna ferita in ospedale, Taylor-Lind racconta: “Le ho mostrato questa immagine e le ho chiesto se fosse d’accordo a pubblicarla”. La decisione di rendere pubblica una fotografia nasce quindi da un confronto diretto, non da una scelta unilaterale.

Le crisi umanitarie mondiali nella fotografia di Giles Clarke
Giles Clarke documenta conflitti e crisi umanitarie collaborando con le Nazioni Unite. Si concentra sui civili, sulle conseguenze quotidiane dei conflitti e delle emergenze climatiche più che sugli eventi bellici in senso stretto. La sua intenzione è creare una prossimità visiva, portare chi guarda dentro quella finestra di realtà che il fotografo attraversa. Non rivendica un potere salvifico dell’immagine, ma una possibilità di impatto individuale: “Sto cambiando qualcosa? Non lo so. Posso toccare una persona? Sì”. Il criterio che lo guida è la dignità: “Non voglio che il pubblico pensi che sto capitalizzando sulla tragedia. Non voglio ritrarre qualcuno solo come vittima, voglio mostrarne il coraggio”. La fotografia, per Clarke, deve restituire complessità, non semplificare il dolore.
Le donne afghane viste da Kiana Hayeri
Kiana Hayeri documenta da anni la condizione delle donne in Afghanistan. Il progetto nasce come risposta alla loro progressiva esclusione dallo spazio pubblico: “I Talebani stanno cercando di cancellare le donne”. La fotografia non spettacolarizza, ma rende visibile ciò che rischia di essere rimosso: “In Afghanistan esistere e occupare spazio è già una forma di resistenza”. Una scuola clandestina, una radio gestita da donne, una festa privata diventano atti pubblici nel momento in cui vengono negati. Un impegno che per Hayeri non termina con la pubblicazione: “Non basta un singolo progetto. Bisogna restare, non paracadutarsi e andarsene”. Restare significa mantenere un legame con le persone ritratte, sostenere le loro iniziative, assumersi le conseguenze della visibilità che l’immagine produce.
Il significato della fotografia di guerra
Tre approcci diversi, una convinzione condivisa: la fotografia è un atto etico consapevole. Non promette di cambiare il mondo, ma può ancora incidere sul modo in cui scegliamo di guardarlo.
Debora Vitulano
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L’articolo "A Sharjah la fotografia di guerra racconta senza spettacolarizzare" è apparso per la prima volta su Artribune®.