A proposito dei ‘palestinesi contro Hamas’ e dell’uso che fa l’Occidente della loro narrazione
- Postato il 3 aprile 2025
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Il Sudan ha vissuto uno dei conflitti più devastanti degli ultimi decenni, con la crisi umanitaria peggiore al mondo. La riconquista di Khartoum da parte dell’esercito ha segnato finalmente un punto di svolta in una guerra brutale che ha causato centinaia di migliaia di vittime e milioni di sfollati. Eppure, nei media occidentali, questo evento epocale è passato quasi inosservato, oscurato dalle proteste interne a Gaza – manifestazioni reali e legittime, certo, ma che hanno assunto rilievo solo perché funzionali a una precisa narrazione politica.
Qualche centinaio di manifestanti, secondo quanto riportato da Al Jazeera, ovvero meno dello 0,01% della popolazione della Striscia, ha ricevuto più spazio mediatico di una svolta storica in un Paese enorme come il Sudan. Questo non è neutrale, non è casuale, e non è informazione: è selezione ideologica, guidata da interessi geopolitici precisi. Quelle proteste sono diventate utili – non perché raccontano Gaza, ma perché aiutano a sostenere l’idea che “anche i palestinesi sono contro Hamas, quindi facciamo bene a sostenere Israele”. Una linea perfetta per chi vuole alleggerire Israele da ogni responsabilità e rilanciare la dottrina dell’equidistanza: se perfino a Gaza si protesta contro Hamas, allora tutto si bilancia, giusto?
Ma questa narrazione è crudele nella sua disumanizzazione. Pensare che un popolo sotto genocidio, assedio, affamato, bombardato, traumatizzato, esca in piazza per le nostre idee, è offensivo. Ridurre il grido di disperazione di chi ha perso tutto a un messaggio a misura dell’opinione pubblica occidentale, significa proiettare le nostre ossessioni sul sangue altrui.
Le persone a Gaza non protestano per rassicurare l’Occidente. Protestano perché sono disperate. Perché credono – o sperano – che, se Hamas si arrendesse, il genocidio finirebbe. Non è una valutazione razionale, a mio avviso: è una reazione di chi non ha più nulla da perdere. E invece di ascoltare questa disperazione, la si usa: la si strappa dal suo contesto e la si ricicla come materiale utile per legittimare una narrativa ben precisa.
In questa logica, protestare contro Hamas diventa automaticamente protestare contro la lotta armata contro Israele. E protestare contro la resistenza armata, nell’equazione occidentale, significa in fondo assolvere Israele. Ma questa equivalenza è una forzatura. È un racconto costruito per criminalizzare un’intera popolazione, per dire che sì, stanno morendo, ma almeno ora sono “contro il terrorismo”.
Sembra assurdo detto così esplicitamente, vero? “Mio figlio è stato massacrato oggi. Per cosa protesto? Per il 7 ottobre, ovvio. Sono qui, sotto le bombe, senza acqua né cibo, a piangere su una fossa comune, ma la mia priorità è protestare contro un attacco avvenuto un anno e mezzo fa”. Eppure è esattamente il messaggio che viene fatto passare, anche se nessuno osa dirlo così chiaramente. Perché è più rassicurante, più funzionale. Perché l’Occidente ha bisogno che i palestinesi entrino nel suo frame interpretativo, quello dove ogni condanna ad Israele deve partire da un preambolo ideologico, e ogni voce palestinese deve prima dissociarsi per essere ascoltata.
Chi insiste su questa lettura non sta cercando la verità: sta cercando conferme per la propria agenda. Una visione ristretta, incapace di confrontarsi con una prospettiva veramente globale o decoloniale. Una visione che non riesce a vedere i palestinesi come esseri umani complessi, ma solo come simboli manipolabili.
E perché tutto questo spazio a poche proteste, più di quanto si sia concesso ai massacri avvenuti a Gaza proprio in quegli stessi istanti? Perché oggi quelle immagini aiutano a promuovere un piano: sostituire il governo di Hamas con un’amministrazione locale controllata da Israele. Un progetto rifiutato dagli stessi locali, privo di basi concrete, pensato per colonizzare, sfruttare e dominare Gaza. Non per il bene dei palestinesi, ma per la stabilità di Israele e per gli interessi degli alleati arabi dell’Occidente. I civili sono leve, non soggetti.
Ma voglio dirlo chiaramente: anche se due milioni di palestinesi fossero contrari a Hamas, non spetta all’Occidente né a Israele decidere chi deve governare Gaza. Questo diritto spetta solo al popolo palestinese. Ogni altra imposizione è occupazione illegale. Strumentalizzare il dolore, distorcere la realtà e deresponsabilizzare chi uccide non è solo un insulto all’intelligenza, è un atto di complicità. Nel 2025, usare ancora proteste interne ai Paesi ostili all’Occidente per legittimare punizioni collettive, rafforzare sanzioni, giustificare occupazioni e manipolare la percezione pubblica è più di una menzogna. È una vergogna politica ed etica.
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