A Milano c’è una mostra schierata contro quel design che ha smarrito la strada
- Postato il 11 gennaio 2026
- Design
- Di Artribune
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La relazione tra design, economia e marketing è oggi così stretta da risultare quasi indissolubile. Ma proprio per questo, secondo l’architetto e critico François Burkhardt, diventa necessario rimetterla radicalmente in discussione. Nel corso della conferenza stampa per l’inaugurazione della mostra Alchimia. La rivoluzione del design italiano il critico, che ha curato l’esposizione, ha richiamato con forza l’attenzione su un problema che, pur noto, il sistema del design fatica a trattare apertamente: la dipendenza sempre più marcata del progetto dalle logiche del mercato. Burkhardt ha descritto un panorama in cui il marketing esercita un vero e proprio possesso sul design contemporaneo. Non si limita a orientarne la comunicazione, ma ne indirizza le premesse, i valori, le finalità. In questo processo, osserva, si è progressivamente dissolta quell’aura che aveva caratterizzato l’industrial design della seconda metà del Novecento: un campo in cui l’oggetto era il risultato di una visione estetica condivisa, non una semplice risposta tattica alle esigenze del mercato. Oggi, invece, si è persa quasi del tutto quella innovazione culturale per il consumatore che un tempo rappresentava la condizione stessa del progetto.

La storia di Studio Alchimia
È all’interno di questo quadro che l’esperienza di Studio Alchimia acquista una nuova rilevanza. Nato negli Anni Settanta dal clima eversivo del design radicale, il gruppo ha rappresentato una delle realtà più originali e critiche del panorama italiano. “Senza design non esisterebbe Alchimia, e senza Alchimia non esisterebbe un certo modo di intendere il design”: la relazione è reciproca, osmotica. Da una parte, la disciplina alimentava il gruppo; dall’altra, Alchimia restituiva al design la possibilità di interrogare sé stesso, di metterne in crisi gli automatismi, di immaginare alternative. Tra il 1976 e il 1992 il collettivo di designer si oppose con decisione all’omologazione estetica, dando vita a mobili e oggetti nati dalla volontà di trasformare l’ambiente quotidiano, rendendolo appassionato, emotivo e concreto.
Studio Alchimia: il ritorno del design come pratica critica
“Abbiamo progettato contro il bel design, contro la funzionalità pura e semplice, ma con tanta voglia di contenuti” racconta il fondatore di Alchimia, Alessandro Guerriero. Il design deve affrontare il tema dei sogni, della libertà e della costruzione della società, restituendo “all’oggetto una dimensione simbolica e comunicativa”. Il progetto era profondamente romantico, indipendente dall’industria: i disegni e i prototipi venivano realizzati secondo la propria visione, affidandosi ad artigiani e a un lavoro orizzontale e antiretorico, privo di una paternità singola.

Una mostra contro le logiche di mercato
Come osserva il curatore della mostra, il percorso di Alchimia è segnato da un evidente mutamento di prospettiva nei confronti dell’industria. Il gruppo attraversa una fase di opposizione radicale, spesso aspra, talvolta provocatoria, che culmina nella volontà di demolire l’oggetto e le sue logiche produttive. Ma a questa stagione segue un ritorno all’interlocuzione con gli industriali: non un ripiegamento, bensì la ricerca di un nuovo patto culturale, un modo diverso di fare design, capace di fornire risposte non decorative, ma strutturalmente critiche ai problemi della disciplina.

Design, mercato e la necessità di nuovi spazi di libertà
È proprio questo, secondo Burkhardt, l’insegnamento che oggi più manca: la capacità di costruire modelli alternativi all’interno del sistema. Il design contemporaneo dispone di pochissimi spazi di autonomia; è schiacciato da interessi privati, pressioni commerciali, necessità di vendibilità immediata. In assenza di zone franche, luoghi, istituzioni, dispositivi economici, è impossibile che emergano quei processi di ricerca, sperimentazione e riflessione che hanno reso fertile il design del passato. Burkhardt invita dunque a “istituire libertà”: non come enunciazione astratta, ma come pratica concreta. Significa creare condizioni strutturali affinché il progetto possa tornare a interrogare la realtà, invece di riflettere esclusivamente le strategie del mercato. Significa restituire al design la possibilità di sbagliare, di esplorare, di proporre forme di innovazione che non siano solo merceologiche ma culturali. Se il design vuole recuperare la propria aura, deve riappropriarsi della sua profondità: del suo essere prima di tutto un pensiero critico sul mondo e solo in seguito un prodotto da immettere sul mercato. Non si tratta di negare l’economia o l’industria, ma di tornare a immaginare, come Alchimia ha provato a fare, un rapporto non di subordinazione, ma di reciproca trasformazione.
Isabella Giola
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L’articolo "A Milano c’è una mostra schierata contro quel design che ha smarrito la strada " è apparso per la prima volta su Artribune®.