Povertà, FdI: “L’Istat conferma: con Meloni gli italiani stanno meglio”. Ma aumenta la grave deprivazione materiale
- Posted on April 2, 2026
- Economia
- By Il Fatto Quotidiano
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L’Italia fotografata dall’ultimo rapporto Istat sulle condizioni di vita e il reddito delle famiglie nel 2025 è un Paese a due velocità, dove i timidi segnali di ripresa occupazionale si scontrano con una povertà materiale che morde fette sempre più ampie di popolazione. Mentre l’indice generale del rischio di esclusione sociale registra un lieve arretramento, la politica si divide tra la soddisfazione della maggioranza e l’allarme delle opposizioni e dei sindacati, che puntano il dito sulla crescente difficoltà di milioni di cittadini nel far fronte alle necessità più elementari, come affitto e bollette.
I numeri ufficiali indicano che nel 2025 la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è scesa di mezzo punto percentuale, al 22,6% rispetto al 23,1% del 2024, coinvolgendo complessivamente circa 13 milioni e 265mila persone. Tuttavia, se si analizzano le singole componenti dell’indicatore, il quadro che emerge è più complesso. La quota di individui a rischio di povertà monetaria, coloro che vivono in nuclei con un reddito netto inferiore a 13.237 euro, è rimasta sostanzialmente stabile al 18,6% rispetto al 18,9% dell’anno precedente. Il miglioramento complessivo è trainato esclusivamente dal calo di chi vive in famiglie a bassa intensità di lavoro, che passa dal 9,2% all’8,2% grazie alla crescita dell’occupazione registrata nell’ultimo anno. Il dato più allarmante riguarda però la grave deprivazione materiale e sociale, salita dal 4,6% al 5,2%, coinvolgendo oggi oltre 3 milioni di cittadini. Si tratta di persone che presentano almeno sette dei tredici segnali di disagio individuati dai parametri europei, come l’impossibilità di affrontare spese impreviste, pagare puntualmente l’affitto e le bollette, o permettersi un pasto adeguato e regolari attività di svago.
A livello territoriale, la controtendenza rispetto al dato nazionale è marcata in alcune regioni dove il disagio è aumentato in modo significativo. In Liguria la popolazione a rischio povertà o esclusione sociale è balzata dal 13,8% al 19,7% nel 2025, un incremento del 5,9% che vede quasi un ligure su cinque in condizione di difficoltà. Peggioramenti registrati anche in Piemonte, dove l’indice è salito dal 13,5% al 16,9%, in Toscana dal 15,2% al 18,1%, nelle Marche dall’11,8% al 13,9% e in Sicilia, dove il rischio coinvolge ormai il 44% della popolazione rispetto al 40,9% del 2024. Nonostante il reddito medio delle famiglie sia cresciuto nominalmente del 5,3% arrivando a 39.501 euro, l’inflazione e il carovita continuano a colpire i nuclei più fragili, come le famiglie con almeno un cittadino straniero dove il rischio povertà sale al 41,5%. Resta inoltre strutturale la piaga del lavoro povero: il 10,2% degli occupati tra i 18 e i 64 anni non guadagna abbastanza per uscire dalla soglia di indigenza.
Oltre i numeri, la battaglia politica. Il senatore di Fratelli d’Italia Marco Lisei rivendica i risultati dell’esecutivo sostenendo che “l’Istat certifica che da quando c’è il governo Meloni gli italiani stanno meglio economicamente di quando governava la sinistra”. Secondo l’esponente della maggioranza, la creazione di “700 mila posti di lavoro e il calo del rischio povertà” dimostrerebbero che “l’operato di Giorgia Meloni ha consentito all’Italia di reagire meglio della maggior parte delle nazioni europee”, aggiungendo che il taglio del cuneo fiscale e le misure energetiche stanno dando i frutti sperati. Di parere opposto è la deputata del Movimento 5 Stelle Valentina Barzotti, secondo cui il dato sul lavoro povero “certifica il fallimento delle politiche adottate dal Governo in questi anni”. E definisce “inaccettabile che lavorare non basti per vivere dignitosamente, una condizione che colpisce milioni di cittadini dimostrando l’urgenza di un intervento strutturale”. Così anche Arturo Scotto del Pd: “I dati Istat parlano chiaro: i lavoratori dipendenti in povertà sono oltre il dieci per cento: non servono misure spot, serve il salario minimo come misura di civiltà”.
Tino Magni di Alleanza Verdi e Sinistra propone di portare la soglia oraria a 11 euro per contrastare una condizione che definisce simile alla schiavitù, mentre Raffaella Paita di Italia Viva parla di dati “devastanti” per il ceto medio tra caro bollette e sanità al collasso. Le critiche arrivano anche dal mondo sindacale. La segretaria confederale della Cgil Daniela Barbaresi definisce “allarmanti” i dati sulla condizione di 13,3 milioni di persone e accusa l’esecutivo di ignorare la mancanza di politiche inclusive. Barbaresi sottolinea che “si diventa poveri anche per la mancanza di adeguate politiche di contrasto alla povertà” e chiede servizi pubblici in grado di rispondere ai bisogni abitativi, sociali e sanitari delle famiglie. Infine l’Unione Nazionale Consumatori attacca il decreto bollette, definendo “gravissimo” il taglio del bonus luce da 200 a 115 euro e il crollo della soglia Isee di oltre 15 mila euro, lasciando milioni di famiglie senza protezione contro i rincari energetici.
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