Per i trumpiani la guerra all’Iran è una Crociata: sconfessano il Vaticano e paragonano il tycoon a “Gesù che guida la lotta tra il bene e il male”
- Posted on April 6, 2026
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- By Il Fatto Quotidiano
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Un'analisi del fenomeno religioso che circonda la presidenza Trump, dove alcuni sostenitori identificano il tycoon come figura messianica nella lotta geopolitica contro l'Iran. Il contrasto tra la retorica della Casa Bianca e gli insegnamenti del Vaticano emerge chiaramente, mentre si intrecciano questioni di fede, politica estera e nazionalismo americano in una narrazione che trasforma conflitti internazionali in battaglia spirituale tra forze cosmiche del bene e del male.
Pasqua alla Casa Bianca. Nessun esame di coscienza. È invece tempo di proselitismo. E di giustificazioni. Dio? Serve – ha detto Donald Trump – per “essere una grande Nazione“. Gli auguri di Pasqua vengono fatti a margine dell’ultimatum all’Iran, prima di minacciare di essere pronti a scatenare “l’inferno“. In fondo – ha aggiunto Trump – “il male e la malvagità non prevarranno”. Lo rassicurano i presunti segni dei tempi: “banchi pieni“, nelle chiese Usa, dove “la religione cresce per la prima volta dopo decenni”. Anche la Croce viene riletta alla luce del nuovo Messianismo: nessuno, nemmeno la morte, può zittire coloro che “ripongono la loro fiducia nel Dio onnipotente”. E chi può dirlo se non lui, Trump, che secondo Paula White-Cain (consigliera spirituale della Casa Bianca) è stato “tradito, arrestato e accusato ingiustamente”. Proprio come “il Signore”. “Nessuno ha pagato un prezzo come quello che ha pagato lei, presidente”, dice White-Cain, sostenitrice di una dottrina che intreccia Vangelo e prosperità economica, a Trump. E gli profetizza “successo” in “tutto ciò che intraprenderà”.
Anche nella guerra in Iran, per intenderci. Ne è sicuro anche il pastore Franklin Graham, che cita a sproposito le Scritture (Libro di Ester, Antico testamento). “Gli iraniani vogliono uccidere tutti gli ebrei e distruggere loro con il fuoco dell’Atomica“, assicura Graham nella sua preghiera, “ma tu (Dio, ndr) hai innalzato il presidente Trump“: “ti preghiamo di dare a lui la vittoria”. Nessun passo indietro. Neppure là dove i morti, tra Iran e Libano, sfiorano i 10mila (secondo le stime più prudenti), e gli sfollati sono più di 700mila. L’antropomorfismo trumpiano, che proietta l’immagine del tycoon sul Messia, va oltre ogni logica e ragionamento. Se il Papa dice che “Dio non ascolta le preghiere di chi fa la guerra”, Graham tira in ballo il re Davide che “pregò perché Dio addestrasse le sue mani contro i suoi nemici”.
Il Dio di Graham parteggia quindi per la guerra, e – nel nome della Parola – giustifica pure la perdita di vite innocenti. Lo stesso Pete Hegseth (segretario di Guerra) parla della “guerra come piano divino” e parte del copione della “fine dei tempi”. Il tutto per non fare i conti con i fatti: il flop sul campo, con il regime ancora in piedi e 30 milioni di dollari spesi al giorno per portare avanti il conflitto. Narrazione che fa breccia, soprattutto in termini di consenso, in un Paese in cui, secondo l’Università della California, uno statunitense su tre ritiene di vivere la “fine dei tempi“. Si tratta di una “credenza” molto “comune” negli Usa che “influisce sulle modalità con cui le persone interpretano e rispondono alle minacce più stringenti che affronta l’umanità”, dichiara a Newsweek lo psicologo sociale Matthew I. Billet, autore della rilevazione.
C’è però chi dice no alle manipolazioni di taglio apocalittico. Parlando alla Cbs, Timothy Broglio, arcivescovo per i Servizi militari Usa (e tra i più conservatori), ritiene che “non basta” evocare la “guerra giusta” (sant’Agostino) per giustificare la guerra in Iran. “La guerra è sempre l’ultima risorsa”, ha aggiunto Broglio, ed è “problematico” presentarla come “azione sostenuta dal Signore”. Altre critiche sono state mosse nei primi giorni del conflitto. “L’entrata in questa guerra non è stata moralmente legittima”, ha detto il cardinale McElroy in un’intervista rilasciata a The Catholic Standard. Altro presule, Anthony B. Taylor, titolare di Little Rock, Arkansas, sostiene che il conflitto in Medio Oriente non raduna le “condizioni necessarie per la cosiddetta guerra giusta”.
In realtà il concetto di “guerra giusta” è stato archiviato già nel secolo scorso, con il ministero di Papa Giovanni XXIII per il quale, già nel 1963, risultava “impossibile pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia” (Pacem in Terris). Inoltre l’attuale Pontefice, Leone XIV, è tornato sull’argomento durante il Triduo pasquale, esortando a non “coinvolgere il nome di Dio” in “scelte di morte“. E nel giorno di Pasqua, in Piazza San Pietro, ha detto: “Chi ha in mano le armi le deponga. Chi ha il potere di scatenare guerre scelga la pace!”. Quest’ultima è da costruire “non con la volontà di dominare l’altro, ma di incontrarlo”.
Anche i vescovi italiani, a differenza della maggioranza di governo, si smarcano dal tentativo di normalizzare la guerra: “Non possiamo abituarci a tutto questo. Non possiamo accettare che il male diventi normale, che la durezza vinca sulla compassione, che l’indifferenza prenda il posto della fraternità”. Parlando a Ilfattoquotidiano.it, Mohammed Hossein Mokhtari, ambasciatore iraniano presso la Santa Sede, denuncia la “strumentalizzazione” della religione da parte degli Usa per “sostenere le loro brutali aggressioni” e attuare “decisioni disumane e irragionevoli”. Il rischio – aggiunge – è quello di “normalizzare la violenza” e inasprire “fratture religiose”. E aggiunge: “Nessun quadro religioso può avallare l’uccisione di civili, la distruzione di territori e la creazione di sofferenze umane diffuse”.
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