Lo scrittore della memoria e delle mille Sicilie
- Postato il 9 giugno 2026
- Cultura
- Di Libero Quotidiano
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Lo scrittore della memoria e delle mille Sicilie
C'è una geografia letteraria che troppo spesso ha scelto di trattenere Gesualdo Bufalino nella fermezza di un’immagine senz’altro veritiera, ma assai parziale: quella di maestro giunto tardivamente a dovuti onori e clamori grazie ai suoi Diceria dell'untore, premiato col Campiello nel 1981, e Le menzogne della notte, incoronato dello Strega nell'88.
Eppure, al rintocco dei trent’anni dalla morte il prossimo 14 giugno, ostinare lo sguardo sulla sola sinfonia dei romanzi dell’autore siciliano rischia di oscurare il controcanto di un tesoro celato nella sua scrittura riposta, poco visitata dalla platea di lettori e lettrici. Esiste, infatti, un Gesualdo Bufalino che i più non sanno.
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LA TESTIMONIANZA
C’ Una declinazione che trova riscontro nella testimonianza inedita della professoressa Carla Dell’Agata, italianista fiorentina formatasi alla scuola di Giuseppe De Robertis, inclusa tra i redattori del primo Devoto-Oli, nonché docente di materie letterarie tra Firenze e Ragusa, il cui legame con lo scrittore di Comiso si snoda biograficamente attraverso frammenti di quotidianità condivisa proprio negli anni dell'insegnamento, quando Bufalino era collega di cattedra e amico di gioventù del di lei marito. Ed è nel vagare tra sentieri di vita che la mente di Dell’Agata evoca, associato allo scrittore siciliano, il fotogramma di «una verve maturata nei lunghi anni di fogli nel cassetto», rivelando così la genesi di testi vividi, brillanti e insoliti, in pirotecnica varietà, tra aforismi, racconti, persino antologie di svariati elzeviri e articoli di giornale disseminati nel tempo, ove la dimensione scrittoria si fa più danzante rispetto alla densità dei romanzi celebrati. Se infatti è certo vero che l'ipertrofia linguistica di Bufalino, così efflorescente e ricca, a tratti si pone sovrana rispetto alle sue trame, è altrettanto chiaro che, più del romanzo, sia forse proprio la prosa d’occasione bufaliniana a restituire la misura più compiuta della sua statura letteraria, la sede preferenziale in cui, come rammenta la professoressa Dell’Agata, l’autore sviluppa appieno «il nesso tra il suo personale barocchismo e la tentazione moralista».
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IL CONFRONTO CON SCIASCIA
Un anelito, quello morale, che però non va inteso come pedanteria o volontà di fornire paternalisticamente un breviario esistenziale: piuttosto vi si ravvede, come per il conterraneo Sciascia, un patrimonio d’innumerevoli letture francesi, ma laddove per quest’ultimo l’indagine etica si traduce in dovere civile, la riflessione di Bufalino conserva una specie di arguta levità, sottraendosi all’imperativo di restituire un verdetto storico, tanto da andare a confluire e «raddensarsi nei deliziosi aforismi del Malpensante», come ricordato dalla professoressa Dell’Agata.
In accezione speculare va considerato un altro nucleo forte della letteratura bufaliniana: la memoria. Anche qui, l’incursione di Dell’Agata si rende più che propizia, nell’osservare l'attitudine di Bufalino in ottica di rinnovato confronto con Sciascia: se per il “Nanà pungente di Racalmuto” la memoria era da intendere in prospettiva fondamentalmente storica, per Bufalino non bisognava disdegnare anche il valore del ricordo individuale, quel genere di «memoria che si sfolla» di stampo montaliano, che mai va lasciata annegare nell'oblio dettato dalla fuga cieca del tempo. Strenua è poi, in Bufalino, la difesa della terra che gli donò i natali: la si evince profondamente nella fibra dei testi meno diffusi. «Bufalino aveva, altissimo, il senso della civiltà siciliana- spiega Dell’Agata- non amava che si pensasse solo alla Sicilia cosiddetta “tossica”». Un esempio eloquente di questa postura risiede ne La luce e il lutto, raccolta di saggi pubblicata da Sellerio nell’88.
Con la ricerca quasi inesausta di una lingua che l’italianista Dell’Agata non esita a descrivere «dal sapore anticato, quasi disperatamente orientata all’evasione dal presente», Bufalino impone una lettura prismatica e definitiva della propria isola, in frasi di disarmante lucore: «Vi è una Sicilia “babba”, cioè mite, fino a sembrare stupida; una Sicilia “sperta”, cioè furba, dedita alle più utilitarie pratiche della violenza e della frode. Vi è una Sicilia pigra, una frenetica, una che si estenua nell’angoscia della roba, una che recita la vita come un copione di carnevale; una, infine, che si sporge da un crinale di vento in un accesso di abbaglio delirio [...] Soffre, la Sicilia, di un eccesso d'identità; né so se sia un bene o sia un male».
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