L'economia italiana continua a essere solida: smentite le fake dei gufi
- Posted on April 3, 2026
- Economia
- By Libero Quotidiano
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L'economia italiana continua a essere solida: smentite le fake dei gufi
La faccia tosta della Cgil, bussola fasulla delle battaglie ideologiche delle opposizioni, non conosce limiti: «L’Istat certifica un dato allarmante, 13,3 milioni di persone sono a rischio di povertà ed esclusione sociale». Vero. Il sindacato di Maurizio Landini, però, si guarda bene dal dire che nel 2024 di italiani in difficoltà ce n’erano 13,5 milioni. Già, perché, udite udite, nel 2025, parola di Istat, si sono registrati segnali di miglioramento delle condizioni di vita. Ma come? E il frigorifero vuoto evocato tutti i giorni da Elly Schlein? La difficoltà di mettere insieme il pranzo con la cena? I disagi di una parte della popolazione, ovviamente, restano. Ma la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale lo scorso anno è scesa dal 23,1 al 22,6%. Archiviata la bufala sugli indigenti che crescono passiamo ai redditi. Perdita di potere d’acquisto, salari troppo bassi? Sicuramente non possiamo pasteggiare a ostriche e champagne, ma nel 2024 il reddito medio annuo delle famiglie (39.501 euro) è cresciuto sia in termini nominali (+5,3%) sia in termini reali (+4,1%). Una crescita, reggetevi forte, che secondo l’Istat «si associa alla riduzione della disuguaglianza nella distribuzione». Si demolisce così l’altra bufala che i poveri sono sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. Ciò che sta accadendo, seppure in misura lieve, è esattamente il contrario. Del resto, bastava non fermarsi ai titoli dei documenti di Bankitalia per leggere, nell’audizione del 2023, che grazie all’effetto cumulato della riforma dell’Irpef e del taglio delle aliquote l’indice di Gini che misura le disuguaglianze nel Paese aveva invertito la rotta, iniziando a scendere. Ma non è finita. Passiamo all’occupazione, che malgrado la leggera battuta d’arresto a febbraio resta da record. A certificare i dati reali, contratti aperti e chiusi, ci pensa l’Inps. A fine 2025, spiega l’Istituto, si registra un saldo annualizzato positivo delle posizioni di lavoro nel settore privato pari a 342mila, confermando una «dinamica positiva consistente, anche se in rallentamento». Ancora più interessante il dettaglio. I contratti a tempo indeterminato, infatti, o per semplificare i posti fissi, pesano per il 91,5% su questa variazione tendenziale con un saldo pari a +313mila rapporti di lavoro. Terza balla sgretolata dai dati: il precariato non cresce, ma si riduce.
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Per scardinare l’intero impianto della narrazione declinista della sinistra, d’altra parte, basterebbe sostituire qualche numero alla cantilena populista che prova a raccontare un Paese alla canna del gas. Guardiamo l’export, tradizionale motore del tessuto produttivo italiano. Dopo mesi e mesi di profezie catastrofiste sugli effetti dei dazi di Trump e sulla fine della globalizzazione, l’Istat ha qualche settimana fa tirato la riga sui conti del 2025. Ebbene, le vendite complessive dell’Italia all’estero sono cresciute del 3,3%, segnando un record storico del Paese con 643 miliardi di euro di beni piazzati all’estero. Un risultato che ci ha permesso di superare il Giappone come quarto esportatore mondiale. La gara è stata vinta anche in Europa. Dando uno sguardo alle principali economia della Ue abbiamo fatto meglio di Spagna (+1,1%), Francia (+0,2%) r Germania, che ha addirittura chiuso l’anno con il segno negativo (-0,5%). Ancora meglio, malgrado gufi e cassandre, sono andate le cose nel commercio con gli Stati Uniti. Vi ricordate le previsioni apocalittiche sul crollo delle esportazioni? Ecco, l’export italiano verso gli Usa lo scorso anno è cresciuto del 7,2%. Meno bene è andata ai nostri amici del Vecchio Continente, con la Francia in flessione del 4%, la Germania del / e la Spagna addirittura del 9.
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Certo, si dirà, ma l’Italia non cresce. E allora vediamo anche come ce la siamo cavata su questo terreno in confronto ai nostri competitor europei. Nel corso dell’intero anno con il nostro +0,5% siamo riusciti a superare la Germania (+0,2%), ma non la Francia (+0,7%) e la Spagna (+2,9%). Nel quarto trimestre, però, la situazione è cambiata. E con un colpo di reni l’Italia è riuscita ad acciuffare un +0,3% di crescita, in linea con la media dell’Eurozona e la Germania, e facendo meglio della Francia (+0,2%). E con un’economia tutt’altro che debole, dunque, che l’Italia si prepara ad affrontare la crisi provocata dal Medio Oriente. Sfida ovviamente non facile. Dopo l’ottimismo di Moody’s, che ha promosso i nostri fondamentali e la tenuta dei conti pubblici, limitandosi a limare le stime di crescita dallo 0,8% allo 0,7%, ieri è arrivato il pessimismo di S&P che a causa dell’impatto del conflitto ha addirittura dimezzato le stime di crescita dell’Italia dallo 0,8 al +0,4%.
E su questi scenari che si sta muovendo il governo. Ieri a Palazzo Chigi si è tenuto un vertice con Matteo Salvini, Antonio Tajani, Giancarlo Giorgetti e Maurizio Lupi sul Documento di finanza pubblica, che sarà varato in uno dei prossimi Cdm, per essere presentato alle Camere e poi inviato alla Commissione Ue entro il 30 aprile. Presente anche Giorgia Meloni, che oltre ad affrontare i dossier aperti più caldi ha avuto anche un nuovo confronto con il ministro dell'Economia Giorgetti sulla proroga del taglio delle accise in arrivo oggi al Cdm convocato per le 9. L’obiettivo, viene spiegato, è quello di prolungare l’intervento fino alla fine del mese e di ampliare la platea. Il provvedimento potrebbe essere accompagnato da misure anche per il gasolio agricolo.
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