Tuttiquotidiani è completamente gratuito. Ogni giorno aggreghiamo notizie da oltre 100 testate e generiamo sintesi AI originali per te. Aiutaci a mantenere il servizio attivo con una piccola donazione, oppure diventa TQ Pro da solo 1€/mese.

Il bruco e la farfalla

  • Postato il 20 maggio 2026
  • 0 Copertina
  • Di Il Vostro Giornale
  • 0 Visualizzazioni
  • 7 min di lettura
Il bruco e la farfalla

“Ciò che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo lo chiama farfalla” è una nota riflessione attribuita al “venerabile filosofo” cinese Lao Tsu padre del Taoismo. In questa affermazione si possono riconoscere le radici del prospettivismo, del dualismo delle forme di vita, della cultura del giudizio, la rilevanza biologica e simbolica del metamorfismo e potrei proseguire a lungo senza soddisfare appieno la possibilita di approccio che chiunque, dotato di acuta intelligenza e di disponibilità a riflettere su queste parole, potrebbe rinvenirvi. Non mi appresto a una simile impresa, pertanto, ma suggerisco una riflessione a margine che, nella sua apparente crudezza, pure, mi sembra interessante: che senso può mai avere l’atto di strappare le ali a una farfalla? Non si tratta di una crudele fantasia personale, anzi, è l’esatto opposto poiché, a mio modo di vedere, un gesto simile si consuma spesso, mutatis mutandis, nei rapporti tra le persone. La domanda potrebbe essere posta anche in questo modo: il bruco invidia la farfalla per le sue ali tanto da dimenticarsi di essere lui stesso in altra forma? Credo che, in questo modo, si evidenzi il tema di queste righe: cos’è l’invidia? È sempre e solo un peccato capitale? Come conviverci o superarla? Come addirittura trasformarla fino a renderla un sentimento positivo? Il Sommo Poeta, ovviamente mi riferisco a Dante, arrivò ad accusarsi di essere colpevole di ogni peccato ma non di quello dell’invidia. Potremmo anche trovare fin troppo facile per il più grande poeta non provare invidia per nessuno, ma siamo certi che qualche pensiero rancoroso non l’abbia mai abitato nei confronti di chi aveva avuto accesso al letto di Beatrice? Qualcuno magari fornito di un profilo più elegante del suo? A parte l’ironia, è interessante notare che gli invidiosi non compaiono nell’Inferno dantesco. Va citata la tesi di Rodolfo Benini il quale ipotizza che non li si incontri poiché sono stati tramutati dalla Medusa in pietre e scontino la pena sul fondo dello Stige, tesi che rimanda al mito di Aglauro trasformata in pietra da Mercurio secondo la versione latina di Ovidio. Di fatto li si incontra solo nel Purgatorio, le palpebre cucite, secondo la legge del contrappasso, in quanto in vita hanno “guardato male” chi era migliore di loro. Il rimando al verbo latino in-videre è evidente, così come la reazione che si traduce in quello che la cultura popolare ha battezzato come “malocchio”.

In uno scritto del 1863, il giovanissimo Nietzsche così argomenta sull’invidia: “E’ dunque un errore della conoscenza che si ha della propria interiorità desiderare di trovarsi nelle condizioni esteriori altrui, nella convinzione che su questo nuovo terreno saremmo più felici: a questo desiderio è connessa l’invidia per la felicità degli altri. L’invidia vorrebbe allontanare coloro che sono felici dalla propria condizione, e a tal fine cerca ragioni con perfida sofisticheria. Essa, quindi, è un errore della natura cognitiva e di quella morale. […] l’invidia è sotto molti aspetti opposta all’amore, ancor più dell’odio”. Sono i primi passi di una filosofia che nelle opere mature come Genealogia della morale e Al di là del bene e del male, tratteggeranno la figura meschina dell’uomo afflitto dal risentimento. Una lettura interessante del suo pensiero, che mi sembra anticipare la posizione freudiana che descrive l’invidia come “ferita narcisistica”, suggerisce una possibile transvalutazione dell’invidia fino a trasformarla nella comprensione di ciò che davvero si reputa rilevante e desiderabile, ma non per combatterlo nell’altro, bensì per renderlo oggetto di emulazione per noi stessi. Insomma, l’invidia non deve essere combattuta o negata, è normale e onesto che il bruco riconosca la bellezza della farfalla e ne provi invidia, la patologia è nella volontà di strapparle le ali. L’oltre uomo nietzscheano non è afflitto dal risentimento, ma coltiva la propria volontà di potenza, non per strappare le ali altrui, ma per imparare a volare magari creando meravigliosi e originali arabeschi sulle proprie.

La psicanalisi ha ribattezzato la patologia in oggetto, ancora una volta e non a caso, ricorrendo alla mitologia, infatti viene definita come Sindrome di Procuste. Procuste era un brigante che obbligava i suoi ospiti a coricarsi in un letto non solo scomodo, ma addirittura letale. La misura del giacilio, decisa arbitrariamente a propria immagine e somiglianza, sembra lo autorizzasse a essere applicata al malcapitato. L’apetto più terribile del mito consiste nel fatto che, un eventuale eccesso di misura nel malcapitato, autorizzasse il brigante ad amputargli l’eccedenza o nelle gambe o nella testa. Mi sembra, in qualche misura, ci si possa avvicinare al bruco che strappa le ali alla farfalla ma che continua a non poter volare. Per mia personale memoria, ancora giovane studente liceale, mi sono appuntato e sono rimasto fedele all’aforisma del caustico scrittore francese Paul Léautaud il quale sosteneva che, quando non si hanno più capelli, si trovano ridicoli i capelli lunghi, qualcosa di simile a “dà buoni consigli chi non sa dare più cattivo esempio”. Ora che, un po’ per scelta e un po’ per il tradimento di molti dei miei crini, mi rado il cranio ogni mattina da quasi vent’anni, mi sta tornando utile e mi salva dall’invidia e dal giudizio nei confronti dei capelloni. Già, l’invidia è anche metamorfica, certo non correvo il rischio di un simile sentimento da giovane lungocrinito, meno male che la memoria e la preveggenza mi aiutano oggi. Ne “Le affinità elettive” Goethe sostiene che, per salvarsi dall’invidia della superiorità dell’altro, si può ricorrere solo all’amore, già, l’invidia è un peccato relazionale, necessita di un altro da me verso il quale provare l’odioso sentimento, l’unica vera cura è tradurlo in amore e/o in oggetto di emulazione.

A volte il metamorfico male si traveste da morale, ne consegue che, invece di riconoscere la propria patologia, il “bravuomo” denuncia l’infrazione dell’altro. Il letto di Procuste è la morale dei mediocri che, afflitti dal risentimento, non sanno amare l’eccellenza altrui, preferiscono denunciarla come colpevole eccesso. Che squallido godimento abita i facili censori non appena si sentono autorizzati a condannare un gigante per via dei lacci consumati delle sue scarpe, e poi si gloriano dei propri mocassini, i paralitici. Come non ricordare la favola della fata e del contadino? Una fata garantisce al contadino di esaudire ogni suo desiderio, aggiungendo, però, che questo verrà corrisposto al suo vicino, che lui invidia profondamente, in misura doppia. La cattiva consigliera, la malattia del risentimento, suggerisce al contadino la richiesta: “Prenditi un mio occhio”. Per tornare alla filosofia orientale, l’esortazione potrebbe assumere questa forma: “Non invidiare le farfalle, non cercare di strappare loro le ali, cura il tuo giardino interiore e aspetta di esserne visitato, quindi osservale e impara la leggerezza del loro volo per spiccare il tuo”. Credo sia di Fevì Acsim l’aforisma “Quanto spesso il bruco invidia la farfalla perché non sa di poterlo divenire e, in questo modo, morirà con la convinzione di non poter essere altro che bruco”. Penso che il pensiero di Fevì Acsim possa essere un illuminante corollario della frase di apertura e fondamento per una provvisoria conclusione: se a una farfalla strappi le ali, a parte il dolore che provochi, per certo ti rimane da guardare solo un verme offeso. Allora perché farlo? In nome della ricerca della verità intorno alla sua presunta essenza? Riusciamo a raccontarci che il fine è comprendere la sua vera natura? Meglio ancora, la propria? Esiste davvero una vera natura? La farlalla è il verme, le sue ali, l’unità delle parti, il regalo di bellezza che concede al tuo sguardo, l’occasione per te di regalare a un verme la magia del volo e a te la gioia di osservarlo? In ogni caso, è ignobile e meschino anche solo desiderare di privarla delle ali, molto meglio spiccare il volo anche per te sulle tracce di quel lieve e colorato battito di libertà e bellezza e scoprire, chissà, che anche il tuo volo può divenire regalo per te e per chi ha il coraggio di amarlo.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì. Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli.

Autore
Il Vostro Giornale

Potrebbero anche piacerti